CENNI STORICI SUL DANNO ALLA PERSONA

Il problema del risarcimento del danno, di un qualsiasi danno provocato ad altri, ha origini ben lontane nel tempo, lontane quanto l’inizio dell’interazione umana e della convivenza sociale.

Sottostanti ad una richiesta di risarcimento ci sono due tipi di esigenze implicite:

  • la riparazione, ossia, il ripristino delle condizioni precedenti (“restitutio ad integrum” – esperibile maggiormente nel caso di danni a beni materiali piuttosto che danni alla persona) o, in alternativa, un risarcimento monetario;
  • la punizione a colui che ha provocato il danno, che può ravvisarsi anche solo nell’esborso economico. La funzione punitiva del risarcimento richiama subito alla memoria una delle leggi più arcaiche in materia, la “legge del taglione”, già citata dalla Bibbia: “…se ne seguirà del danno, richiederai vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, ustione per ustione, ferita per ferita, lividura per lividura” (Esodo 21, 20-24).

E’ implicita in questa legge un’esigenza di punizione e di vendetta che va oltre la riparazione del danno a chi l’ha subito, in quanto arreca danno di entità almeno pari in chi l’ha provocato. Nella nostra società civile, invece, la teoria generale del danno ha subito una profonda revisione concettuale, spostando il fuoco dell’attenzione dalla sanzione al risarcimento.

Già il codice babilonese di Hammurabi intorno al 1750 a.C., le leggi della Bibbia, così come quelle della Grecia classica prevedevano, pur con modalità diverse tra loro, la possibilità di un risarcimento alla vittima, sia inteso come aiuto economico in senso stretto, finalizzato al più adeguato ripristino possibile della condizione anteriore, nonché al pagamento delle spese sostenute, sia come indennizzo per i periodi di inattività forzata, sia come risarcimento alla vittima per la sofferenza patita.

Nella concezione del diritto romano, la lesione alla salute in sé non era considerata un danno da risarcire, ma un illecito da sanzionare, poiché non può essere dato un risarcimento per ciò che non è risarcibile. “In Homine libero, nulla corpori aestimatio fieri potest” (Digesto, 9,3,1,5), ossia, non vi può essere “alcuna stima del corpo dell’uomo libero”.

Il diritto romano, quindi, considerava “inestimabile” il corpo dell’uomo libero, perciò il danno era considerato solo come una diminuzione a livello patrimoniale ed il suo risarcimento poteva essere valutato solo per le sue ripercussioni economiche. Ad esempio, se una lesione fisica influiva sulla possibilità di guadagno della vittima, oppure comportava delle spese per guarire, doveva essere risarcita. In alternativa, la vittima poteva ottenere solo il pagamento di una somma a titolo di “pecunia doloris” che rappresentava il pagamento della sofferenza patita dal soggetto.

Questo concetto, riportato nel nostro sistema risarcitorio attuale con la formula del cosiddetto “danno morale”, non aveva una valenza riparativa ma una funzione puramente sanzionatoria nei confronti del responsabile del danno.

Gioia parametra la personalizzazione del danno su due fattori di riferimento innovativi per la sua epoca: la professione e l’età del danneggiato; fino a quel momento infatti, il risarcimento era stimato in modo uniforme per tutti.

Per calcolare quanto il danno avesse inciso sulle “forze industri” di un uomo, formulò la cosiddetta “regola del calzolaio”: “un calzolaio, per esempio, esegue due scarpe e un quarto al giorno: voi avete indebolito la sua mano in modo che non riesce più a fare che una scarpa: voi gli dovete il valore della fattura di una scarpa e un quarto moltiplicato pel numero de’ giorni che gli restano da vivere, meno i giorni festivi. Il numero de’ giorni che gli restano da vivere, allorchè è nota la di lui età, risulta dalle tavole di mortalità che ormai tutti conoscono” (Gioia, 1821).

La regola mette l’accento sulla concezione del danno come diminuzione della capacità lavorativa, e pertanto come danno alla capacità patrimoniale della persona, accento che è stato il fulcro del risarcimento fino al 1970-1980.

Il pensiero di Gioia non si limita all’introduzione dei parametri, ma esplicita la necessità di prendere in esame l’uomo nella sua completezza, che può esprimersi anche in attività che non hanno finalità patrimoniali, ma che sono orientate al piacere, alle relazioni sociali ed al tempo libero.

Per questo distingue le finalità delle azioni umane come possibilità di essere:

  • Mezzo di sussistenza (A)
  • Mezzo di godimento (B)
  • Mezzo di bellezza (C )
  • Mezzo di difesa (D)

Se il famoso calzolaio, oltre a non produrre più allo stesso modo le scarpe, non potrà, a causa del danno patito, suonare uno strumento musicale nel tempo libero, allora dovrà ricevere un risarcimento per la sfera B, il cui valore potrà essere, a seconda della situazione, calcolato come frazione o multiplo del risarcimento sulla produzione di reddito, cioè di A.

La modernità del pensiero di Gioia è notevole, visto che solo in tempi recenti si è recuperata la dimensione globale della persona umana, come pure sono state valide altre sue intuizioni, infatti, le tabelle attuali si basano sull’età del danneggiato.

L’influenza del suo pensiero, anche solo per la concezione ed il calcolo del danno alla capacità reddituale, è stata comunque un’influenza tardiva: i suoi contemporanei l’hanno praticamente ignorato e la giurisprudenza dell’ottocento ha continuato secondo la propria evoluzione senza farvi riferimento.

Il periodo storico che intercorre tra l’Ottocento e gli anni ’70 del Novecento è segnato da diverse discussioni giuridiche più su aspetti applicativi e su casistiche specifiche che su una nuova teoria del danno.

Per collocare la novità concettuale del danno alla persona è interessante analizzare il clima giuridico e legislativo in cui esso nasce, anche se non si è mai tradotto in una legge sistematica, ma solo in prassi giurisprudenziale.

Dagli anni Settanta in poi, sono state varate una serie di leggi che hanno come valore centrale la persona, già pilastro della nostra Costituzione, in un’ottica non più solo pubblica e patrimoniale ma proprio in una dimensione giuridica più privatistica, che la tutela come soggetto di diritto.

La riforma del diritto di famiglia (1975), ma ancor più in senso privatistico e centrate sulla persona, le leggi sul divorzio (1970) e sull’adozione (1983), la legge sull’abolizione dei manicomi (1978), molte riforme del diritto del lavoro che spostano l’accento dalla mera produzione e scambio commerciale alla tutela dei lavoratori, sono tutti segni della crescente attenzione del diritto contemporaneo per la persona nella sua realtà globale e in tutti i suoi valori.

La prospettiva aperta dall’introduzione del “danno biologico” si manifesta come una vera e propria “rivoluzione copernicana del danno”, poiché il valore della persona per se stessa viene posto al centro dell’attenzione, mentre la capacità di produrre reddito viene comunque risarcita, ma solo come “danno-conseguenza”.

La prospettiva aperta dal danno biologico, poi, è quella di non considerare più solo la dimensione fisica del soggetto leso ma anche quella psichica, in virtù proprio della definizione data dalla Corte Costituzionale (sent. 184/86) di “lesione all’integrità psico-fisica della persona”.

Il danno biologico diventa pertanto la prima voce di danno presa in esame e come tale è un “danno base”. Il presupposto giuridico fondamentale alla base dell’azione risarcitoria è costituito dall’art. 2043 del codice civile che in tal modo dispone: “qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.”

Questo articolo stabilisce i parametri che regolamentano la responsabilità civile riprendendo l’importante principio di tradizione romanistica del “neminem laedere”, ossia, l’imperativo di non ledere un’altra persona.

Il legislatore del nostro codice civile, che risale al 1942, con questo articolo ha cercato di far convivere due caratteristiche: la funzione prevalentemente sanzionatoria e la necessità dell’esistenza di una condotta colpevole da ricondurre al danneggiante.

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